Questo breve report è la sintesi dei pensieri successivi ad un laboratorio dedicato esclusivamente alla paternità. Un laboratorio per padri “attori” impegnati nello spettacolo quotidiano della cura. Non è un caso che i lavori del seminario li abbiamo tenuti in un teatro di Milano. Abbiamo esplorato le pratiche di cura a partire dal corpo, navigando intorno al concetto di “cura” stesso. Perdonate la poca chiarezza di alcuni passaggi ma quanto riportato qui sotto è proprio il fluire originario dei pensieri che presero forma nei giorni successivi di quella lontana, ancora non troppo, primavera 2016.

Per farmi perdonare, mi rendo dispinibile a parlarne e, se necessario, a chiarire e spiegare meglio. In fondo, sapete dove trovarmi no?

Buona lettura,

Riccardo Pardini

Il laboratorio tenutosi a Milano nel mese di maggio 2016 ha visto la partecipazione di un consistente numero di giovani padri, novizi rispetto all’esperienza di paternità e non necessariamente giovani in termini anagrafici. Il laboratorio ha rappresentato una cornice strutturata nella quale affrontare un lavoro, principalmente fisico e collocato in uno spazio performativo, centrato sul tema delle pratiche d’accudimento e di cura agite attraverso lo “strumento corpo”, mezzo privilegiato d’indagine/raccolta di pensieri, riflessioni, considerazioni. La corporeità rappresenta spesso un elemento cruciale per potenziamento delle competenze pregresse o l’identificazione di risorse inutilizzate.

“Cura” come pratica quotidiana di relazione e d’azione che intercetta le dimensioni del genere e della fisicità, degli stereotipi culturalmente diffusi, della responsabilità civile, della tutela individuale e altrui.

Partendo da una proposta di lavoro chiara e concreta (il dramma Dondolo di Samuel Beckett) abbiamo sperimentato attraverso la pratica fisica pubblica (perché osservabile dagli altri) la messa in campo delle azioni tipiche della cura concreta sia generale (dello spazio, di sé, della relazione con l’Altro) sia particolare (dei figli o del partner).

“Cura”, quindi, intesa come pratica responsabile e civile, fondata sulla capacità d’agire consapevolmente una dinamica relazionale che coinvolge l’altro e che si presti ad essere osservata.

Quali i temi guida del lavoro?
– La percezione di sé e del proprio strumento corpo
– L’attenzione generale allo spazio circostante
– La percezione di sé nello spazio circostante
– L’agire “consapevole”
– La regolazione dell’azione e la centratura sull’obiettivo
– L’ascolto dell’altro e dei suoi messaggi retroattivi

In questo senso il testo di S. Beckett si è prestato perfettamente offrendo ai partecipanti le basi di partenza che hanno toccato variabili importanti:

– Generi e simboli
(ex. Il dondolo nella vostra esperienza chi vi ricorda? Spesso una donna e non un uomo, un’anziana o un ammalato…)
– Ritmo variabile e definizione di una dinamica emotiva
(Cullare, rassicurare, agitare, addormentare, annoiare, erotizzare, accompagnare, respirare…)
– Routine d’azione e ripetizione dello stesso gesto rituale
(Condivisione di una pratica nota e rituale che favorisce appartenenza. Una relazione abituale ed introiettabile perché reiterata)
– Il contenimento fisico
(I braccioli, le forme, la seduta)
– La limitazione fisica che diventa prigionia, claustrofobia
(La struttura/posizione del sedersi o del tenere l’altro, il tenere in braccio)
– Lo “stare con” come unico obiettivo possibile dello scorrere ritmico del tempo

“Prendersi cura di” significa soprattutto intraprendere e reiterare responsabilmente un’azione sempre nuova che segue generalmente un canovaccio evolutivo e differente in relazione alla diversità dell’altro, al suo stato emotivo, alle aspettative, alla scena nella quale si esplica. Attraverso l’ascolto attivo della propria pratica fisica soggetta alla forza di gravità, si sono sperimentate resistenza e azione attiva; quella forza agita che, se incontrollata o inconsapevole, può generare disagio e compromettere l’azione di cura sfociando nella percezione di un eccesso, di una violenza, di un sopruso.

Per “prendersi cura di” è importante sviluppare la capacità d’agire e sentire attraverso un flusso d’attenzione globale “da fuori a dentro e viceversa” prestando accortezza all’ambiente circostante popolato di Altri da sé, astanti e osservatori. La dimensione sociale (la società, la famiglia) contribuisce a costruire e decostruire continuamente le pratiche di cura perché osservate, condivise, criticate, riprodotte, valutate, legittimate o meno. La cura dell’altro, dei legami e delle azioni, acquisisce ancor più valore quando l’altro è assente e prende vita nella testa di chi agisce attraverso la sua rappresentazione (come per gli attori soli in scena che interagiscono con altro personaggio NON presente)

Alter è, anche se assente, il destinatario privilegiato di progetti pronti a trasformarsi in “atto” e deve poter essere rappresentato da Ego coniugando la pratica agita con obiettivi, messaggi, attese, competenze.

Il genitore è un un performer che, con responsabilità, cura e senso civico, progetta e mette in opera azioni che incidono sull’ambiente intorno e che producono emozioni, riflessioni, educazione, cambiamento. Si è genitori di qualsiasi cosa generiamo, progettiamo, curiamo in piena responsabilità e offriamo agli altri.

I papà partecipanti al laboratorio, alla fine, hanno lavorato proprio come degli attori che riflettono su copioni e performance passate. Le rivedono alla luce di nuove suggestioni, le scompongono e ne criticano gli aspetti negativi. Ne valorizzano le risorse residue e, progettando cambiamenti negli scenari futuri e nelle repliche successive, tengono in attenzione sé e l’Altro, il setting/la scena, l’ambiente e il pubblico. Il tutto nella consapevolezza degli effetti che il proprio agire avrà sul Sé, sull’altro e sulle cose stesse.

Fruttuosa la parte di lavoro sulla conduzione verbale di un’azione educativa (cosa dire, come dire, quali parole utilizzare). Quanto ci influenzano gli stereotipi vigenti sulla genitorialità/paternità? Come usare gesti e parole del tutto “propri” coniugando consapevolmente il modello soggettivo con il copione genitoriale appreso per via familiare e tipico della storia del proprio gruppo d’appartenenza.

Altro Focus: La centratura sull’Altro (il figlio, il partner).

Ogni azione che coinvolge circolarmente l’altro deve tenere conto del profilo specifico dell’altro in questione. Ogni azione progettata e agita deve tener contro di quel bambino lì, di com’è il suo personalissimo modo di stare nel mondo e di muoversi con noi. I genitori devono poter sviluppare capacità d’ascolto autentico rispetto alle caratteristiche specifiche dell’oggetto delle proprie pratiche di cura per progettare, poi, azioni adeguate, proporzionate, personalissime ed efficaci.

Azione, coraggio responsabilità.

Il soggetto in azione deve poter sviluppare quella padronanza del proprio strumento derivante soprattutto dalla percezione consapevole delle proprie dinamiche fisiche, di movimento e di applicazione della forza fisica (intelligenza cinestetica). La gestione proficua dell’immobilità (comunque movimento continuo di resistenza alla forza di gravità), del ritmo e delle sospensioni, permette una maggior vicinanza e una più gradevole gestione del contatto. Intestarsi la responsabilità della cura dei legami, attraverso azioni fisiche, significa avere la capacità di regolare la propria energia e la propria forza. I confini che separano la fermezza e la decisione dalla violenza/abuso o la delicatezza dall’assenza/abbandono sono molto sottili e l’incoscienza ci espone al rischio costante d’essere fraintesi.

Parole chiave nelle pratiche di cura:


  • Tenere
  • Sos-tenere
  • Con-tenere
  • Trat-tenere

 Questo tipo di lavoro ha permesso ai papà in questione di recuperare eventi passati (critici) riguardanti la relazione Genitore-Bambino e di rivisitarli utilizzando il corpo e i concetti tipici ad esso connessi (forza, ritmo, pressione, posizione, direzione, tenuta ecc..) per associarli poi agli stati emotivi e affettivi della relazione di cura, identificando possibili aree critiche, difficoltà, fraintendimenti e progettando eventuali modifiche della stessa routine domestica in futuro. Un lavoro riflessivo sulle inter-azioni particolari, sperimentate in precedenza  che, attraverso l’analisi degli indicatori fisici ed emotivi, ne favorisce la trasformazione consapevole dei punti critici.

Un lavoro che, attraverso il corpo, trasforma una breve sequenza d’azioni in un vero e proprio dispositivo d’apprendimento futuro. L’oggetto di riflessione analitica diventa così “un artefatto corporeo” da poter interrogare e su cui riflettere per trarne apprendimento.

Esempio: un papà racconta di un delirio drammatico durante l’azione fisica (ed emotiva) del lavaggio nasale al proprio bambino di 3 anni ogni sera. Generalmente questo rituale veniva vissuto da entrambi come una violenza a causa dell’urgenza, del bisogno, dell’ansia, della responsabilità e dell’incompetenza fisica. Quella routine nel lettone, legata a necessità mediche, ha assunto in breve tempo un diverso colore:

-“Tener fermo” è diventato “bloccare”

-“Fare” è diventato “procurare”

-“Aiutare” è diventato “obbligare”, “spaventare”

-Mi prendo cura di te è diventato uno spiacevole obbligo che il corpo restituisce a entrambi come uno scontro fisico che assume il colore di un abuso.

Genitori e attori, coinvolti in una qualsiasi azione osservabile, hanno la necessità contingente d’esaminare le proprie pratiche per discriminare consapevolmente tra due differenti modi di vivere la propria scena.

Sostanziale la differenza tra agire Occupati o Pre-occupati. Innegabilmente l’esito sarà diverso. Diversi saranno i colori, le dinamiche, lo stato emotivo, il ritmo, la cura, l’esito, lo sguardo del pubblico intorno, la padronanza e la rappresentazione a posteriori che avremo di noi e di chi con noi ha partecipato alla “messa in scena” della cura di sé, dell’altro, del mondo.

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