Una doverosa premessa.

Non sono pensieri miei. Però lo sono diventati quasi subito, costituendo il fondamento strutturale della mia formazione, del mio lavoro. Sono una scintilla del “ragionar” prezioso che è stato nutrimento negli anni in cui mi affannavo a comprendere e imparare il mestiere di mediatore, attaccato alle gonne di una grande maestra: Irene Bernardini. Sono le idee colte e illuminanti della donna che poi è diventata anche un’amica generosa e un grande riferimento affettivo. Sono alcune tra le tantissime preziosità che ha lasciato alla comunità scientifica dei mediatori prima di andarsene prematuramente.

Queste riflessioni, presentate nell’ottobre 2011 a Viterbo in occasione del convegno nazionale della S.I.Me.F., costituiscono una delle lezioni più importanti. La dimostrazione che, ancor prima di padroneggiare tecniche e strumenti (di sfoggiare competenze, metodi e padronanza dei processi), un mediatore familiare dovrebbe aver avuto la possibilità d’elaborare un pensiero di fondo, di far propria una filosofia, di condividere quel fondamento che è la vera essenza del lavoro con i confitti.

Con infinita gratitudine e nostalgia, grazie a Irene e buona lettura a voi.

Riccardo Pardini

La democrazia: l’agorà, la polis. Ma cambia tutto se dalla polis ci spostiamo nell’oikos, nella casa? Mediazione Familiare e democrazia.

Già. Che c’entra la mediazione familiare con la democrazia? Immagino la faccia dubbiosa di molte e molti nel leggere che ci sarebbe stato un contributo su questo tema. Peccato, perché il nesso tra mediazione e democrazia è semplice semplice. E tutti noi, nella stanza della mediazione, insieme ai genitori, costruiamo e promuoviamo democrazia nelle relazioni e nella società. E senza neppure doverla “buttare in politica”. A scuola abbiamo imparato che quella parola l’hanno inventata gli antichi Greci, gli ateniesi del V secolo: demos (popolo), cratos (potere). Il potere al popolo. A scuola abbiamo imparato che questo era il modo per amministrare la polis, la città, la comunità. La democrazia ateniese fu definita come una costituzione (politeia) che garantisce: l’ isegoria che è il diritto di parola, l’isonomia che è il diritto per tutti di partecipare all’esercizio del potere, e la parresia che è il diritto-dovere di dire la verità.

L’isegoria, il diritto di parola. (isos=uguale; agoreuo=parlare in assemblea). Quando il conflitto impera c’è sopraffazione e il diritto di parola corre grandi rischi: parla il più forte solo perché parla più forte; parlano gli avvocati; parlano i giudici; di sicuro non parlano i bambini. Il diritto di parola garantito dal processo – e guai a chi le tocca quelle garanzie – non è però in molti casi sinonimo d’espressione libera. E’ una parola mediata dalla legge, dalle logiche del conflitto, dall’istituzione, dalla delega. Le parole delle parti in giudizio non sono le parole “vere” delle persone “vere” acquattate dentro quel ruolo di “parte”; le parole degli atti difensivi, dei provvedimenti, delle sentenze non sono mai le stesse che quelle persone direbbero, si direbbero. Le persone, annegate tra tutte quelle parole altrui, tacciono. Nella stanza della mediazione l’isegoria, lo sappiamo bene, è una pratica costante, una regola d’oro. Quando chiediamo ai genitori di non interrompersi, di non “fare le facce” mentre l’altro parla, di provare ad ascoltare, ma anche di non occupare troppo spazio di tempo per non toglierlo all’altro; quando chiediamo a chi parla di scegliere contenuti e modi che siano “ricevibili”; quando ci opponiamo, anche a muso duro, se occorre, ad ogni forma anche solo subdola, di intimidazione; quando lavoriamo con le domande; quando insomma conduciamo una qualsiasi delle nostra sedute di mediazione familiare noi promuoviamo l’isegoria, un fondamentale della pratica democratica. E sicuramente lo facciamo molto meglio di uno qualsiasi dei nostri conduttori televisivi di talk show. E sicuramente, se ci riusciamo, lasciamo in quei genitori una traccia di quel che significa avere e dare diritto di parola, una traccia ben più sostanziosa del rituale “chiede la parola l’onorevole Taldeitali, ne ha facoltà” cui assistiamo nelle riprese televisive delle sedute parlamentari: lì spesso i banchi sono vuoti e chi resta legge il giornale. Noi, almeno, stiamo a sentire, e molto attentamente. Le domande del mediatore, dicevamo. Noi lavoriamo con le domande, noi affianchiamo i genitori nella costruzione di un progetto per sé e per i figli attingendo alle loro risorse, alle loro rappresentazioni, alle loro idee, alle loro potenzialità affettive e cognitive. Noi diamo la parola a loro, e loro se la prendono. Da quelle parole nasce un progetto, il loro. Che non è mai al centro, in mezzo. E’ un po’ più vicino ad uno, su un punto, un po’ più vicino all’altro, su una questione differente. Perché le parole sono vive, la spada di Salomone e morta e fredda. Nella stanza della mediazione noi – noi tre, intendo – diamo la parola ai bambini. Sento di poter usere questa espressione piena anche per il mio modo di fare mediazione, un modo che esclude la presenza diretta dei figli. Loro ci sono in quella stanza, eccome se ci sono: buona parte delle nostre domande sui figli sono rivolte ai genitori proprio per aiutarli a vederli, quei bambini, a coglierne i bisogni, i desideri, le paure, le sofferenze. Noi diamo la parola ai genitori affinché loro stessi, in prima persona, fuori da ogni delega straniante e deresponsabilizzante, sappiano dare la parola ai loro bambini. E quando funziona, le parole di quei bambini, dentro la rappresentazione affettiva dei loro genitori, sono, a mio avviso, più autentiche di qualsiasi “opinione” raccolta da un giudice o da qualche suo sapiente incaricato. Dare la parola, prendere la parola: se questo, come sostiene chi ne sa più di me, è un fondamentale della pratica democratica, possiamo ben dire che in quelle nostre stanze a volte un po’ dimesse noi celebriamo la democrazia.

L’isonomia, il diritto a partecipare all’esercizio del potere. (isos=uguale; nomos=legge). Su questo punto negli anni ci siamo confrontati tanto (ricordo un ricchissimo contributo di Francesco Canevelli sul tema del potere nella mediazione familiare). Potremmo dire che la mediazione nasce proprio per restituire potere decisionale ai soggetti genitori, ai cittadini genitori. Il potere grande di stabilire dove e con chi quei loro bambini abiteranno di più, e il potere non meno grande di stabilire che cosa è meglio che mangino, a che ora è bene che vadano a fare la nanna, se sia meglio il nuoto o il rugby… Ma, lo sappiamo bene, ormai: la mediazione familiare è ricca di fecondi paradossi. Così, la possibilità, democratica, di partecipare equilibratamente all’esercizio del potere decisionale da parte di entrambi i genitori trova respiro proprio nel vuoto di potere che la mediazione garantisce: lì, in quella stanza, non comanda nessuno, tocca mettersi d’accordo. In quella stanza il mediatore deve essere quello che di potere ne ha meno di tutti: non quello dell’istituzione, non quello di un presunto sapere da supergenitore perfetto, non quello di elargire consigli, non quello di stabilire torti e ragioni, non quello di indagare le cause profonde dei dissidi, non quello di curare alcunché. Già, e sappiamo altrettanto bene che è proprio questa sorta di sottrazione che valorizza e promuove le competenze negoziali e decisionali dei genitori. Il mediatore centellina le sue parole per far fluire quelle di chi ha davanti. Ecco, ancora, e molto concretamente, l’esercizio dell’isegoria. Il mediatore sorveglia, però. Il mediatore, potremmo dire, è il garante della democraticità del processo: è intransigente e perentorio nell’impedire, ad esempio, che il potere del denaro di un padre o il potere dell’ascendente sui figli di una madre siano giocati, all’interno di una negoziazione, come deterrenti o armi di ricatto; è intransigente e perentorio laddove il potere di figure esterne ma subdolamente presenti nella stanza della mediazione (i legali, i giudici, le famiglie d’origine, i nuovi partner) rischi di inficiare l’autonomia e la libertà del gioco democratico della presa di decisione. Il mediatore, per dirla con le parole imparate a scuola, è il governatore dell’agorà. Il garante delle regole. Se questo è un potere, mi piace dire che è un potere buono che ne impedisce l’abuso.

La parresia, il diritto dovere di dire la verità. (pan=tutto; rhesis=discorso). Potremmo pensare che nel conflitto separativo sia la via giudiziaria quella che garantisce meglio la parresia. “Vero è che…”, recita la formula delle prove e delle testimonianze. “Giuro di bene e fedelmente adempiere al compito assegnatomi al solo scopo di far conoscere la verità”, recita la formula del giuramento del consulente tecnico d’ufficio. Però sappiamo bene quanto la logica e la dinamica della lite deformi e distorca i fatti, ne faccia a volte una caricatura grottesca. Sappiamo bene di quante bugie e reticenze e omissioni siano trapunti gli atti giudiziari, e quanta poca garanzia di “verità”, pur nella massima buona fede, ci possa essere nel diligente lavoro di uno psicologo consulente del giudice e negli altrettanto onesti e rigorosi provvedimenti di quest’ultimo. Qualsiasi giurista, anche uno studente al primo anno, ci può spiegare che la verità cui può giungere un buon processo è una verità formale che non sempre coincide con la verità sostanziale. E’ esperienza quotidiana di tutti noi, invece, ascoltare una mamma o un papà che dice qualcosa come “Eh no, qui dobbiamo dirci la cose come stanno, qui basta bugie, qui dobbiamo essere sinceri sennò che senso ha venire in mediazione?”. Io ho ascoltato decine e decine di volte quello spazio ha senso solo se chiede e consente di dire la verità. Magari ognuno la propria, in contrasto con la verità dell’altro, ma insomma, in mediazione, tocca giocare a carte scoperte. Dire la verità – nel senso, almeno, di tendere verso – è sentita dai genitori non come una regola ma davvero, come nel senso più profondo della parresia, come un diritto e come un dovere. Pur tra molte resistenze e di certo in modo ambivalente, i genitori che ascolto e osservo trasmettono un gran bisogno di autenticità, di uscire dal gioco delle mistificazioni in cui la lite e a volte il giudizio li ha imprigionati. L’ho colto nel sollievo con cui una mamma ha potuto riconoscere che il suo bambino, al rientro dal primo pernotto con papà, da lei a lungo avversato, era proprio contento. L’ho colto nel sollievo con cui un papà mostrava i conti del suo reddito reale, ben dissimulati in giudizio, potendo credere, grazie al cambiamento del clima reso possibile dalla mediazione, di essere a sua volta creduto. In mediazione, anche quando il conflitto è e resta aspro, ma avverti la tensione a cercare una via d’uscita, il diritto-dovere di dire la verità aleggia come un valore implicito, come un must che non sempre si può far valere, ma che fonda, anche senza troppe parole, l’etica di quel cammino. Quando noi mediatori diciamo ai genitori che non possiamo accettare comunicazioni riservate, raccogliere segreti, che cosa facciamo, in fondo? Affermiamo che lo spazio della mediazione, quell’incontro a tre, fuori tutti, è uno spazio in cui condividere quel poco o quel tanto di verità che ci sentiamo in diritto e in dovere di dire. Così quel poco diventa tanto.

La democrazia, l’agorà, la polis. Ma cambia tutto se dalla polis ci spostiamo nell’oikos, nella casa? Sono in molti – sarebbe meglio dire in molte – ad affermare che il processo democratico dovrebbe radicarsi tra le mura di casa. Che se non c’è democrazia tra donne uomini vecchi e bambini nelle relazioni tra loro, non può essercene di autentica nemmeno fuori, nel vasto mondo. C’è chi afferma che l’etica della cura, che nasce e fiorisce appunto nel privato, nella penombra dell’oikos, oggi potrebbe essere d’ispirazione addirittura salvifica per guardare ai bagliori inquietanti di un mondo, di una polis segnata dal caos e dall’iniquità. Discorsi complicati, che ci porterebbero lontano. Io però, pensando al rapporto tra mediazione familiare e democrazia, al tema del potere e della presa di parola, non posso non sentirmi orgogliosa di fare un mestiere che lavora, in profondità, al riequilibrio del rapporto tra i generi e tra le generazioni. Ogni buona mediazione dà voce e parola alle donne che patiscono una condizione, soprattutto nel nostro paese, di svantaggio sociale e culturale, così come dà voce e parola ai padri che proprio in questi anni vanno scoprendo l’immensa gioia e l’immenso piacere di vivere con intensità e vicinanza nuova il rapporto con i figli. La mediazione lavora, quando lavora bene, promuovendo la reciprocità, la mutualità, la parità, l’uguaglianza (senza sacrificare la differenza) tra donne e uomini, tra madri e padri. La mediazione lavora, quando lavora bene, a trasformare il potere in responsabilità. La mediazione incoraggia, quando lavora bene, l’assunzione di responsabilità verso i figli: non proprietà, non ostaggi, non piccoli capolavori, non piccoli tiranni, non vittime designate ma persone tanto intere quanto piccole da rispettare come individui e come bene comune. Comune alla polis, comune all’oikos.

Se questi pensieri hanno un fondamento, se è vero che dentro la stanza della mediazione si esercita democrazia, allora possiamo dire che lo si fa all’insegna dell’etica della cura: senza la rigidità della democrazia formale della polis ma con la flessibiità narrativa e contingente dell’oikos. Nella democrazia dell’oikos presidiata dall’etica della cura l’attenzione è rivolta al singolo, al debole, alla minoranza e ai suoi diritti, molto più che alla maggioranza e al rischio di dittatura che si corre quando la qualità è sacrificata alla quantità). Se questo è almeno un po’ vero, allora, in attesa di uno straccio di legge che ci spieghi chi siamo, potremmo, intanto, candidarci al Premio Nobel per la Democrazia. Sezione OIKOS.

Milano, ottobre 2011

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